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Antiche Leggende sui Faires
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Nel vasto repertorio delle leggende celtiche, il Sìdhe è il territorio di transito verso l'altro mondo, e veniva considerato dai Celti come il punto di incontro degli antichi dèi decaduti, delle fate, degli elfi, degli eroi e di alcuni esseri umani valorosi.

500 copie numerate, rilegate a mano in similpelle rossa, titoli in oro impressi a caldo, stampate su carte pergamena.

"I Celti, forse più di qualunque altro popolo, avevano un concetto piacevole dell'altro mondo. Un luogo di rifugio, noto anche con la metafora “Piana del piacere" o "Piana delle Fate". La certezza dell'Altro Mondo come di un luogo piacevole, in cui non solo si potesse entrare, ma anche da cui fosse possibile ritornare, spiega in parte il coraggio dei guerrieri Celti e la loro assenza di timore dinanzi alla morte.

Nel vasto repertorio e i miti delle leggende celtiche, il Sìdhe è il territorio di transito verso l'altro mondo, e veniva considerato dai Celti come il punto di incontro degli antichi dei decaduti, delle fate, degli elfi, degli eroi e dialcuni semplici umani buoni e valorosi.

Il Sìdhe per alcuni narratori è situato in un'isola all'estremo ovest dell'oceano; per altri si tratta di un tumulo o di una collina, di un'antica tomba megalitica o di grotte nelle montagne, a cui si accede da strette aperture. È il regno nascosto, luogo al di là del tempo, unico rifugio per coloro che un tempo dominavano il mondo, ma che la modernità e la conquista del cristianesimo hanno costretto a celarsi. Nel Sìdhe lo scorrere del tempo non ha presa e così non vi è posto per decadenza e corruzione: esso è il luogo della eterna giovinezza. I luoghi deignati come “Sìdhe” sono in realtà delle soglie, punti di transito che mettono in comune in comunicazione un Mondo (il nostro mondo quotidiano) con l'Altro (il mondo invisibile).

Tumuli e tombe megalitiche diventano così talvolta luoghi di culto, di pellegrinaggio o di commemorazione. La famosa tomba a tumulo di New Grange, sulle rive settentrionali del Boyne in Irlanda, è tradizionalmente considerata come uno dei luoghi ove vive il Popolo del Sìdhe. Esso è il popolo fatato dei Tuatha Dé Danann, essi probabilmente rappresentano gli antichi dei dell'Irlanda pagana decaduti al rango di streghe e folletti adopera della cristianizzazione, ma mai dimenticati dal folclore popolare. Ma quando, nelle leggende, si parla di Sìdhe ci si riferisce talvolta anche al Popolo del Sìdhe: gli esseri fatati, i Faeries che una volta camminavano per il mondo accanto gli uomini e poi, poco a poco, ne sono stati cacciati e si sono visti costretti a nascondersi nelle colline e nei tumuli.

Secondo un'antica tradizione scozzese il popolo dei Pitti, grandi guerrieri e liberi cacciatori di viveva in forti di altura, i nostri castellieri, minacciati dall'avanzata dei Celti, dei romani e infine del cristianesimo, furono costretti a nascondersi nelle gole montane e nel folto dei boschi, mescolandosi al popolo fatato degli Antichi Déi sconfitti e trasformandosi a poco a poco nel Popolo del Sìdhe.

 Il Sìdhe, inteso come luogo, rappresenta dunque una specie di limbo dove la Terra di Mezzo, il nostro mondo quotidiano e razionale, si fonde con l'Aldilà, con l'Altro Mondo: col mondo dei trapassati, degli déi e degli inferi. I punti di accesso al Sìdhe, sono luoghi di transito tra il nostro e l'altro mondo, sempre individuati da una descrizione in quattro dimensioni: le tre spaziali a cui si aggiunge quella temporale. Così, non basta penetrare in un particolare tumulo, traversare un particolare guado, bagnarsi in una magica sorgente, introdursi in un'antica sepoltura megalitica; per accedere al Sìdhe è fondamentale anche il particolare momento in cui ciò venga fatto. Nella tradizione celtica i momenti dotati di maggior potere per la transizione tra i Mondi sono sempre stati l'alba e il crepuscolo ma questa possibilità aumenta notevolmente in alcune date dell'anno. Beltane e Samhain sono le due feste più importanti dell'anno celtico, situate a i due estremi del ciclo, che precedono di 45 giorni rispettivamente il solstizio d'inverno e il solstizio d'estate in queste notti magiche (nel loro calendario i Celti contavano le notti e non i giorni) le porte tra i mondi si schiudono e il mondo magico (e talvolta terrificante) dell'aldilà può fondersi con nostro mondo terreno.

Non è certo a caso che è proprio in tali date e in tali luoghi che si svolgono la maggior parte dei fatti importanti del mito.

avvenivano allora i fatti più strani, gli animali potevano essere compresi dall'uomo, i morti tornavano a conferire con i loro discendenti, gli antichi dei ritornavano brevemente a calpestare le nostre grande il Sìdhe apriva allora le sue porte e per un breve attimo era permessa immortali di penetrarmi o gli esseri fatati di uscirne. Queste credenze erano così radicata nelle popolazioni celtiche che compongono l'ossatura delle genti europee che ancora nel medioevo e erano vive credenze e leggende che queste si rifaceva e ancora oggi si parla di fiabe in cui nella notte di Ognissanti (Samain) vengono incontrati di spettri dei morti, oppure si narra di uomini che entrati nelle virgolette grotte delle fate" apertesi a mostrare il loro Tesoro in una notte magica, ne uscirono all'alba per scoprire che nel mondo esterno quell'unica notte e era durata ben dodici mesi.

Nella stessa cultura cristiana, che si è appropriata di questi temi, e nelle leggende medievali del Natale ritroviamo sorgenti fatate, animali che parlano solo per quella Santa notte, spettri del passato e del futuro che in quel frangente si mostrano e dialogano con gli esseri viventi.

Il Sìdhe rappresenta dunque l'archetipo originale dell'Aldilà, perlomeno per quanto concerne la cultura fantastica del mondo occidentale. A differenza del tartaro e dell'ade della cultura mediterranea, il Sìdhe è un mondo pericoloso ma affascinante, può essere pericoloso ma non desta terrore, è di difficile accesso ma può essere luogo di rifugio o semplicemente di pellegrinaggio. Il Sìdhe rappresenta al contempo la testimonianza dell'esistenza di un mondo diverso e l'argine che separa il “mondo-che-dovrebbe-essere” da quello del “mondo-che-è”.

Silvio Canavese

Aosta, Luna del Falco 2002

 

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